di Carlo Longo
L’ex direttore dell’FBI è accusato di aver minacciato Donald Trump attraverso un post sui social. Il caso riaccende una rivalità decennale
James Comey, già direttore dell’FBI e figura centrale nelle indagini sul cosiddetto Russiagate, torna al centro della scena giudiziaria americana. Nei suoi confronti è stato emesso un mandato di arresto con l’accusa di aver rivolto una minaccia di morte all’ex presidente Donald Trump.
Al centro della vicenda c’è una fotografia pubblicata sui social dallo stesso Comey durante una passeggiata in North Carolina. L’immagine mostrava alcune conchiglie disposte a formare la sequenza “86 47”. Secondo il Dipartimento di Giustizia, quel messaggio avrebbe un significato preciso: nel linguaggio colloquiale statunitense “86” può indicare l’eliminazione di qualcuno, mentre “47” farebbe riferimento al numero dell’attuale presidente. Un’interpretazione che ha portato all’incriminazione.
Il caso rappresenta l’ultimo capitolo di una lunga contrapposizione tra Comey e Trump. Fu proprio l’ex capo dell’FBI a guidare le indagini sui presunti legami tra la campagna elettorale del tycoon e la Russia nel 2016, fino al suo licenziamento nel 2017, deciso direttamente da Trump. Da allora, il rapporto tra i due è rimasto segnato da tensioni profonde e reciproche accuse.
L’indagine sulla fotografia era rimasta per mesi senza sviluppi rilevanti, dopo i primi accertamenti del Secret Service. La situazione è cambiata con un riassetto ai vertici del Dipartimento di Giustizia, che ha portato a un’accelerazione del procedimento. Le nuove autorità hanno definito il caso esemplare, sostenendo la necessità di non tollerare comportamenti ritenuti minacciosi, indipendentemente dal profilo dell’imputato.
Comey respinge ogni accusa e rivendica la propria innocenza. In un intervento pubblico, ha dichiarato di non sentirsi intimidito e di continuare a confidare nell’indipendenza del sistema giudiziario federale. La sua difesa si baserà in larga parte sul principio della libertà di espressione, sostenendo che una fotografia, priva di un’intenzione esplicita, non possa essere interpretata come una minaccia penale.
Non è la prima volta recente che l’ex funzionario si trova coinvolto in procedimenti giudiziari. Un precedente tentativo di incriminazione, legato a presunte irregolarità nelle sue testimonianze sul Russiagate, era stato rapidamente archiviato per vizi procedurali.
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